....Nel Cristo Dio fatto uomo , troviamo il sostegno per la nostra debolezza e le risorse per raggiungere la perfezione. L'umanità di Cristo ci rimette in piedi , la sua condiscendenza ci prende per mano , la sua divinità ci fa giungere alla méta....


S.Agostino

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mercoledì 26 dicembre 2012

Patriarca mons. Francesco Moraglia , meditazioni sul sacramento dell'Ordine

.....Quando non è possibile parlare alla gente di Dio, si può
sempre parlare a Dio della gente, ossia pregare.....


Carissimi sacerdoti e diaconi, iniziamo il nostro ritiro d’Avvento ringraziando innanzitutto il
Signore di quest’opportunità: trascorrere insieme una mattinata in preparazione al santo Natale con
la possibilità d’accostarci al sacramento della penitenza.
Lo stare insieme del Vescovo con i presbiteri e i diaconi per pregare è già, in sé, una vera
grazia. Viviamo queste ore con questo spirito. Chiediamoci poi: come vivere il tempo d’Avvento in
questo Anno della Fede?
La risposta non può prescindere dalla nostra identità sacerdotale e diaconale. Per grazia
abbiamo ricevuto il sacramento dell’ordine che ci abilita a compiere i gesti propri di Gesù-caposposo
e di Gesù-servo del Padre e dei fratelli. Solo guardando a quello che siamo diventati, in forza
di questo sacramento, possiamo dare risposta alla domanda: come vivere il tempo d’Avvento in
quest’Anno della Fede?
La liturgia della Chiesa, all’inizio dell’Avvento, propone una preghiera che ci conduce
subito a fare un esame di coscienza molto concreto. Mi riferisco all’orazione dei primi Vespri della
prima domenica d’Avvento.
E’, quindi, la prima orazione del tempo d’Avvento che poi ritroviamo come colletta nella
santa Messa della prima domenica di questo breve ma importantissimo tempo liturgico: “O Dio,
nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che
viene, perché ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli”.
Il punto è proprio questo: quali sono le opere buone con cui il vescovo, il presbitero e il
diacono vanno incontro al Signore che viene? Non si tratta di opere genericamente intese ma delle
opere proprie del vescovo, del presbitero, del diacono. Bisogna essere chiari: la santità non può
prescindere dalla fedeltà alla propria vocazione personale, non può essere mai al di fuori di essa.
Anche per noi, ministri ordinati, assume grande valore la parabola del Seminatore (cfr. Mc.
4, 1-20). Intendo dire che anche noi - vescovi, presbiteri, diaconi - possiamo essere terra “buona” o
terra “non buona” proprio in rapporto agli atti specifici del nostro ministero. Andiamo al testo della
parabola che leggiamo nella versione dell’evangelista Marco1.
La lettura e spiegazione della parabola ci ricordano che anche i vescovi, i sacerdoti e i
diaconi sono - agli occhi di Dio, che vede come Lui solo può - terreno “buono” o terreno “non
buono”, capace o non capace di dare frutto. Possono essere terra fertile che produce il trenta, il
sessanta o il cento per uno oppure selciato, pietraio o roveto improduttivi.
Si può essere diaconi, sacerdoti, vescovi ma - come ci ha ricordato la parabola - essere
distratti, dissipati e incapaci di darsi una regola di vita. Sono gli atteggiamenti che la parabola
identifica con la strada, luogo della dissipazione e del vuoto chiacchiericcio, terreno dove il seme
appena gettato viene portato via e non può attecchire.
Ogni tipo di rapporto e legame spirituale e pastorale del ministro ordinato nasce e si sviluppa
a partire dalla relazione personale col Signore Gesù: in stretta connessione con essa, non al di fuori
o contro di essa. Ma se il rapporto personale con Gesù si attenua, o addirittura viene meno, si crea
un vero e proprio corto circuito e, in tal modo, l’efficacia del ministero viene vanificato. E ciò vuol
dire che già prima si era smarrita la percezione della propria consapevolezza o identità sacerdotale.
In tale situazione non potremo farci carico in modo valido - ossia col giusto coinvolgimento
e giusto distacco - di quell’umanità dolente che quotidianamente incontriamo, passo dopo passo,
sulla nostra strada.
Questi incontri richiedono saggezza e insieme capacità di discernimento, doti che si
acquistano nel prolungato contatto col Signore, nella preghiera, nella lectio divina, nel silenzio
interiore ed esteriore. Si può leggere, in proposito, il cosiddetto “Discorso tenuto da san Carlo,
vescovo, nell'ultimo Sinodo” (cfr. Breviario IV volume, Ufficio delle Letture, Seconda lettura della
Memoria di san Carlo Borromeo).
Maria - la Regina apostolorum, che custodiva ogni cosa nel suo cuore (cfr. Lc 2,19.51) -
diventa il nostro comune imprescindibile riferimento. Lei è la zolla di terreno fecondo; noi, invece,
siamo non di rado il terreno sassoso della parabola che non permette alla pianta, per mancanza di
terra, di buttar fuori radici capaci di attecchire.
Si può essere vescovi, preti, diaconi essendo testimoni veraci e sinceri del proprio
episcopato, presbiterato e diaconato. E allora si è benedizione per il proprio popolo. Ma se la logica
umana prende il sopravvento sul servizio delle anime e alla Chiesa, ci si scopre sassi improduttivi.
In proposito, ricordiamo che le promesse dell’ordinazione non ci sono state imposte ma,
dopo anni di discernimento e preparazione, ci sono state proposte e noi, in quel momento, le
abbiamo accolte liberamente e con gioia, non come costrizione ma con lo spirito di chi avverte
l’aprirsi di un nuovo orizzonte di senso nella vita. Sì, un nuovo orizzonte di senso nella propria vita.
I legami umani - che impropriamente possono impadronirsi di noi, all’inizio in modi anche
impercettibili, e vincolarci a persone e a beni materiali - finiscono così per soffocarci. Ciò avviene
quando si smarrisce la logica del dono e non si compie più, come Maria, l’offerta della propria
persona semel et semper.
La mancanza di questa totalità nel dono può essere l’inizio del venir meno. In san Giovanni
della Croce troviamo questo esempio significativo: un uccello - anche se è libero da tutto ma è
legato ad un sottilissimo filo di seta - non può spiccare il volo in alcun modo, anche se c’è solo quel
sottile filo... Prendiamo occasione oggi di rinnovare, di fronte al Signore, la nostra piena totale
offerta a Lui, attraverso le promesse sacerdotali.
Vigiliamo perché ogni nostro incontro inizi sempre nel Signore, in Domino, e rimanga tale,
in Domino, così da non rimanere soffocati come il seme caduto tra i rovi e le spine.
Se la dissipazione, la superficialità e i legami impropri dovessero segnare la vita del
vescovo, del presbitero, del diacono - mandati per essere segno di Gesù buon pastore e servitore in
mezzo ai fratelli e alle sorelle - allora quella dissipazione, quella superficialità e quei legami
impropri rivestirebbero un’odiosità molto più grande.
Quanto il Santo Curato d’Ars era solito dire - parlando del parroco - ha oggi per noi tutto il
suo valore, particolarmente all’inizio di quest’Anno della Fede: “Un buon pastore, secondo il cuore
di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare a una parrocchia e un dono dei più
preziosi della misericordia divina”.
Sì, noi - in quanto vescovi, presbiteri e diaconi - siamo il grande dono fatto dal cuore di Dio
alla nostra gente, al di là di ogni nostro merito e consapevolezza. Non veniamo meno nel nostro
essere dono alla comunità a cui siamo mandati. Interroghiamoci, su questo punto, alla fine di ogni
nostra giornata.
Così il vescovo, il prete e il diacono sono chiamati e mandati, secondo la loro specificità, per
essere, per la loro gente, terreno “buono”: ossia non dissipati, non superficiali, non legati in modo
improprio a persone o a beni materiali. Sì, terreno “buono” innanzitutto in ciò che ci identifica come
vescovi, preti e diaconi in vista del ministero ecclesiale e capaci di compiere gli atti propri di Gesùsposo-
capo e di Gesù-servo.
Essi, allora, devono domandarsi all’inizio di quest’Anno della Fede - e particolarmente nel
periodo d’Avvento - se riescono ad essere, col loro ministero, aiuti veri e reali per la fede delle loro
comunità e dei singoli membri che le compongono. Sì, siamo chiamati ad essere cooperatori della
loro gioia, ossia della loro fede.
Chiediamoci, quindi, se realmente aiutiamo, col nostro ministero, i fratelli a crescere nella
vita di fede: la nostra predicazione nasce dalla preghiera? E il sacramento della penitenza è
annunciato e celebrato in modo attento e disponibile nella nostra parrocchia?
I ministri ordinati, costituiti nei vari gradi dell’ordine, sono chiamati innanzitutto a essere
cooperatori della grazia divina, ossia della misericordia e della tenerezza condiscendente di Dio
verso le anime.
Sappiamo, infatti, che i ministri ordinati - nel bene e, Dio non voglia, nel male - non passano
mai inosservati. Non sono mai irrilevanti per la gente di cui sono servitori. Essi, dinanzi ai singoli
membri e all’intera comunità, sono - lo diciamo con un’immagine - posti sul candelabro, dove si dà
la luce che rischiara e riscalda.
Le persone che guardano a noi - perché siamo mandati a loro come vescovi, preti e diaconi -
spesso per timidezza, ritrosia o complicatezza d’animo (bisogna, infatti, fare i conti anche con le
varie scansioni dell’animo umano) attendono da noi anche ciò che espressamente non ci
domandano.
Dobbiamo avere grande rispetto e stima del dono del sacerdozio e del diaconato che sono in
noi. Certo, l’apostolo Paolo ci ricorda che siamo poveri e fragili vasi di creta: nessuno di noi dubita
di questo ma il contenuto di tali cocci di creta è preziosissimo e ci è stato donato gratuitamente. A
noi, quindi, spetta perpetuare con il dono di noi stessi - le promesse dell’ordinazione - un tale dono
in spirito di vera gratuità.
Richiamo qui il relativo passo della seconda lettera ai Corinzi2 perché, applicato al
sacerdozio (di primo e secondo grado) e al diaconato, ci stimola ad andare incontro al Signore che,
soprattutto in questo tempo d’Avvento, è Colui che incessantemente viene e al quale, come ministri
ordinati, dobbiamo andar incontro non da soli, ma con le nostre comunità.
L’esempio è Maria che visita la cugina Elisabetta, recandosi da lei con passo spedito. Come
ministri ordinati dobbiamo domandarci con quali buone opere andiamo verso la capanna di
Betlemme. Un ministro ordinato che non percepisca più la grandezza del dono che egli è con la sua
persona - proprio in quanto vescovo, sacerdote o diacono - per la sua comunità finisce, ben presto,
per trovarsi allo “stretto” nei panni del vescovo, del prete o del diacono, con tutto ciò che da questo
deriva.
Il Natale ci interpella su questo punto: la risposta la dobbiamo dare di fronte al Signore e alle
nostre comunità con sincerità e verità.
Negli anni dell’infanzia la solennità del santo Natale - con la novena così attesa, preceduta
dalla festa dell’Immacolata, e con i piccoli ma così significativi fioretti - bussava alla porta del
nostro cuore di bambini, capaci ancora di stupirsi, parlando col linguaggio eloquente della
semplicità, della gioia e della bellezza.
Tutto questo ci rinnovava a partire esattamente dalla realtà concreta di una fede vissuta, in
cui c’era vera devozione e anche vero desiderio di conversione nella riscoperta del Dio bambino.
Poi, con i suoi testi e le sue musiche, la liturgia - che è il linguaggio più significativo che la
Chiesa possiede - faceva il resto parlando al nostro cuore di bambini e, attraverso di noi, ai nostri
genitori e viceversa. Ecco la pastorale familiare in atto.
Così, di anno in anno, attraverso una semplice ma reale esperienza di Chiesa - il metodo
“catecumenale” allora non era teorizzato ma era prassi concreta - eravamo così condotti, al di là di
noi stessi, verso il mistero del Signore Gesù attraverso una fede condivisa anche in famiglia. Oggi è
questa la grande sfida: la pastorale familiare deve diventare pastorale ordinaria.
L’incanto del presepio era, poi, un richiamo potente al realismo dell’incarnazione e così - in
modo semplice, familiare e parrocchiale - tutti insieme si “imparava” Gesù Cristo.
Noi, oggi, sentiamo il desiderio di offrire ai nostri bambini e, in modo differente, agli adulti
la realtà e la gioia di una fede che torni a dare il sapore della bellezza di Dio e a ringiovanire ogni
realtà, incominciando dal cuore del pastore e dei fedeli, piccoli e grandi. Così siamo grati ai
bambini e alla loro fede che la Chiesa - attraverso i parroci, le catechiste e, dove è possibile, i
genitori e i nonni - ha la gioia di custodire e portare a maturazione.
Degli anni della nostra fanciullezza, trascorsi in parrocchia e in patronato, quante cose sono
rimaste scritte, in modo indelebile, nei nostri cuori! Nei nostri cuori, ma anche nei cuori di tanti
nostri coetanei che, poi, hanno intrapreso strade diverse dalle nostre. Per esempio, quanto
dobbiamo al nostro antico parroco o cappellano, alle nostre catechiste e alla pastorale ordinaria
della nostra antica parrocchia di provenienza: catechismo, prima confessione e prima comunione,
confermazione, gruppo dei chierichetti, gruppo dei cantori, Grest, campi estivi ecc.
Di fronte al Signore nulla della fatica di un prete e di un diacono - che si spendono
generosamente nel loro ministero dove sono mandati dal vescovo - va perso. Sono certo che, in
Paradiso, molti sacerdoti e diaconi avranno tante gradite sorprese e vedranno una fecondità
inaspettata del loro ministero.
Sorprese che ne sveleranno l’efficacia anche quando essi lo ritenevano ministero inutile,
privo di risultati e quasi una perdita di tempo. San Paolo ci insegna che quando si avverte la propria
impotenza, la fatica del non riuscire, la pochezza delle nostre risorse, ebbene proprio allora la grazia
del Signore lavora e cambia il cuore delle persone, anche se ciò a noi rimane nascosto. “Quando
sono debole - scrive l’Apostolo - è allora che sono forte” (cfr. 2 Cor 12,10).
Il teologo luterano tedesco, Dietrich Bonhoeffer, all’interno della sua visione teologica, così
s’esprime: “Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della
sua sofferenza! Qui sta la differenza decisiva rispetto a qualsiasi religione. La religiosità umana
rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il Deus ex machina. La
Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare”.
I vescovi, i presbiteri e i diaconi, innanzitutto, sono chiamati a farsi carico - con cura - della
fede dei semplici, dei bambini, degli anziani e di chi, più degli altri, accusa i colpi della vita o ha
perso il gusto del vivere.
Chiediamoci, allora, da dove prendere l’energia divina necessaria al nostro ministero per
non cedere allo scoramento e venir meno. Noi ministri ordinati, infatti, siamo chiamati a sorreggere
e a guidare i nostri fratelli nelle cose che riguardano Dio.
Questa forza soprannaturale, che proviene da Dio, è necessaria perché anche i vescovi, i
presbiteri e i diaconi hanno le loro stanchezze, le loro fatiche apostoliche e non sempre i loro sforzi
pastorali hanno esito favorevole; non sempre il ministero sorride, non di rado emergono difficoltà e
disagi.
Come si fa, allora, per non venir meno e per continuare a lavorare fedelmente, nonostante
tutto, in quella parte della vigna del Signore che ci è stata affidata?
Ciò che dà forza al ministro ordinato è il rapporto personale e diretto che ha col Signore
Gesù. Senza tale legame con Lui, prima o poi, tutto è destinato a sfaldarsi. Riscoprire
quotidianamente il rapporto col Signore è fondamentale per il nostro ministero. A tal proposito san
Paolo scrive a Timoteo di rivitalizzare il dono ricevuto per l’imposizione delle sue mani (cfr. 1 Tim.
4, 14).
Nel libro dell’Esodo Dio esige - nella raccolta della manna - di non prenderne più del
fabbisogno giornaliero, ad eccezione del giorno di sabato, pena il marcire di quanto raccolto in
eccedenza rispetto alla razione quotidiana stabilita (cfr. Es 16, 13-31). Dio intendeva, in tal modo,
educare il popolo alla Sua presenza e fargli vivere la grazia del momento presente, così che il Suo
popolo comprendesse che era Dio a salvarlo, giorno dopo giorno.
Non dobbiamo, quindi, cercare facili o false giustificazioni: quando manca il rapporto
personale col Signore tutto s’appanna e diventano faticose e insormontabili anche le cose che non lo
sono. Il rapporto personale d’amore reale col Signore, alla fine, s’esprime, giorno dopo giorno,
soprattutto nell’Eucaristia quotidianamente celebrata e adorata, come pure nella preghiera personale
e nel ministero fedele a servizio del proprio popolo, per amore al Signore Gesù.
E il monito ripetuto, per ben tre volte, da Gesù riguarda proprio l’amore dell’apostolo Pietro
verso di Lui. E’ emblematico che solo dopo aver chiesto a Pietro, per tre volte, se lo amava gli
ingiunga di seguirlo (cfr. Gv 21, 15-19). A tal proposito si può leggere il brano dai «Trattati su
Giovanni» di sant'Agostino (cfr. Breviario, vol. I, Ufficio delle Letture, Seconda lettura della
Memoria di san Nicola).
Il vescovo, il presbitero, il diacono devono essere umilmente consci della loro identità, della
grandezza del loro ministero e del loro amore per il Signore Gesù; tale consapevolezza, umile ma
ferma, deve accompagnarli ovunque. Non c’è momento del giorno e della notte, nella salute o nella
malattia, nella giovinezza o nella vecchiaia, in cui la propria identità di ministri ordinati possa
venire meno o appannarsi.
Si è vescovi sempre, si è presbiteri sempre, si è diaconi sempre, a prescindere dall’ufficio e
il compito concreto che, in quel momento, ci è stato affidato dalla Chiesa. Non si fa il vescovo, il
presbitero o il diacono ma si è vescovi, si è presbiteri, si è diaconi a tempo pieno e senza soluzione
di continuità.
Al di fuori di tale logica, tutto nella struttura sacramentale dell’ordine - episcopato,
presbiterato, diaconato - decade nel funzionalismo e, alla fine, nell’incomprensibile perché la
logica intrinseca del sacramento è il dono, così come risulta dalle promesse dell’ordinazione che
richiedono fedeltà.
Si è vescovi, si è preti, si è diaconi quando la chiesa è affollata di persone e quando è
semivuota o anche vuota, quando si è apprezzati o disprezzati, quando si è nel tempo della gioia o
del dolore.
Il ministro ordinato sa poi che quando non è possibile parlare alla gente di Dio, si può
sempre parlare a Dio della gente, ossia pregare per quel popolo che ci è stato affidato. Sì, parlare a
Dio di quel popolo affidato alle nostre cure di ministri ordinati e che, oggi, fatica a percepire la voce
del Padre comune che sta nei cieli.
Il vescovo, il prete e il diacono - in modi diversi, attraverso il loro ministero - sono a
servizio del popolo loro affidato incoraggiandolo nella fede e dando a quel popolo l’unica certezza
che veramente può garantirlo oltre la grande fragilità dell’uomo che è la morte. Il senso ultimo del
ministero ordinato è portare gli uomini a Dio e Dio agli uomini, annunciando il Signore Gesù come
il Risorto e il Vivente.
Ma se poi entriamo nella logica di guardare la comunità e i membri che la compongono, a
partire da una prospettiva solo umana, allora è facile veder tutto unicamente secondo tale logica che
è vera ma ancora parziale. E così si finisce - senza accorgersene - per porre se stessi come
“riferimenti” della comunità, attendendo poi da essa - o da alcuni suoi membri - considerazioni,
attenzioni e riconoscimenti particolari che poco o nulla hanno a che fare col ministero sacerdotale o
diaconale.
Concludo, infine, con un passo della prima lettera ai Corinzi3 (1 Cor 3, 1-23) che ci può
aiutare a capire, in quanto ciò che Paolo scrive non è ipotesi astratta ma realtà. E i motivi dei legami
inopportuni e malsani possono essere anche molti altri, oltre a quelli qui descritti dall’apostolo
Paolo.